Le cardiopatie congenite sono le malformazioni più frequenti alla nascita e restano, nonostante i progressi dell’assistenza, una delle principali cause di mortalità nel periodo neonatale. L’incidenza globale è stimata in circa 8–10 casi ogni mille nati vivi, con circa 1,7 casi su mille rappresentati da forme complesse a rischio di scompenso acuto subito dopo il parto. A rendere il quadro ancora più delicato è un dato epidemiologico importante: i feti con cardiopatia congenita hanno un rischio doppio di nascita pretermine rispetto alla popolazione dei nati sani.
In occasione della Giornata Mondiale delle Cardiopatie Congenite (14 febbraio), Società Italiana di Neonatologia e Società Italiana di Cardiologia Pediatrica e delle Cardiopatie Congenite ribadiscono che, per questi neonati ad altissima vulnerabilità, la strategia più efficace è un approccio multidisciplinare, pianificato e continuo dalla diagnosi prenatale al follow-up.
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Quanto pesa la diagnosi prenatale sugli esiti
Individuare la cardiopatia in gravidanza non è un dettaglio tecnico: orienta in modo significativo la gestione clinica e può incidere sugli esiti. La diagnosi prenatale rende possibile una presa in carico “su misura”, con un percorso organizzato in anticipo e basato sul tipo di difetto cardiaco atteso e sulle condizioni materno-fetali.
Il lavoro integrato coinvolge competenze diverse già prima del parto: ginecologia, neonatologia, cardiologia pediatrica e cardiochirurgia pediatrica, con la possibilità di impostare una strategia individualizzata. La gravidanza dovrebbe essere seguita in centri con esperienza nella patologia materno-fetale e nel trattamento delle cardiopatie congenite, perché la pianificazione è parte della cura.
Parto pianificato e scelta della sede: perché conta il “dove”
La letteratura scientifica è concorde: quando possibile, la nascita di un feto con cardiopatia dovrebbe avvenire il più vicino possibile al termine della gestazione e in un contesto con competenze diagnostiche e terapeutiche adeguate. La programmazione permette di definire in anticipo il timing del parto, la modalità (vaginale o cesareo quando indicato) e soprattutto l’équipe che dovrà essere presente in sala parto.
Quando la diagnosi prenatale non è stata effettuata o non è stata possibile, diventa cruciale un trasferimento tempestivo verso un centro specialistico. In questi casi, la rapidità organizzativa può ridurre il rischio di instabilità nelle prime ore di vita.
Rianimazione e prime ore: interventi adattati alla cardiopatia
Alla nascita, la rianimazione segue le linee guida generali, ma deve essere adattata alla cardiopatia attesa. Cambiano, per esempio, la gestione delle vie aeree e i target di saturazione. Dopo la stabilizzazione, il ricovero deve avvenire in un contesto intensivo appropriato, con stretta collaborazione tra Terapia Intensiva Neonatale e area cardiologica.
Se il neonato è anche pretermine, entrano in gioco peculiarità fisiopatologiche che richiedono decisioni condivise. Il percorso non può essere “a compartimenti”: serve integrazione reale, perché il rischio non è solo cardiaco, ma riguarda respirazione, nutrizione, crescita e stabilità emodinamica.
L’équipe allargata: cure individualizzate e lavoro di squadra
Nel neonato pretermine con cardiopatia congenita il trattamento è spesso complesso e prolungato. Oltre a cardiologi e neonatologi, sono indispensabili cardiochirurghi, infermieri dedicati, fisioterapisti, nutrizionisti e psicologi. La collaborazione non è un optional: è il metodo che permette di gestire al meglio le fasi critiche, dall’ossigenazione alla nutrizione, fino alla preparazione di eventuali interventi.
L’obiettivo non è applicare un protocollo “standard”, ma costruire un piano di cura basato su profilo clinico, eventuali caratteristiche genetiche e andamento nelle prime settimane, con aggiustamenti continui.
Intervento palliativo o correzione precoce: una scelta caso per caso
Una delle decisioni più delicate riguarda il momento e il tipo di chirurgia. Nei neonati pretermine e di basso peso, la scelta può oscillare tra un primo intervento palliativo – che non ripristina l’anatomia ma consente la sopravvivenza – e la possibilità di una correzione definitiva anticipata.
Non esiste una risposta unica valida per tutti. In passato si è spesso ragionato su soglie di peso da raggiungere prima della correzione, variabili in base alla cardiopatia e al tipo di intervento. Oggi, l’approccio più indicato è quello del piano assistenziale individualizzato, definito dal confronto multidisciplinare e aggiornato in base all’evoluzione clinica del singolo neonato.
Visite specialistiche mirate e follow-up multidisciplinare
Il percorso non termina con la dimissione. Il follow-up dei bambini nati pretermine con cardiopatia congenita deve essere strutturato e includere valutazioni cardiologiche, neurologiche, nutrizionali e dello sviluppo. L’identificazione precoce dei fattori di rischio consente di impostare strategie preventive e riabilitative mirate.
In questa popolazione, l’obiettivo non è inseguire un modello teorico di crescita e sviluppo “standard”, ma ottimizzare le possibilità del singolo bambino, rispettando i tempi individuali e l’evoluzione della patologia. Questo vale anche per la prevenzione delle complicanze e per la gestione delle sequele a lungo termine.
La famiglia al centro sul delicato tema cardiopatie: informazione, supporto e scelte condivise

Un aspetto centrale è il coinvolgimento della famiglia. I genitori devono ricevere informazioni cliniche aggiornate in modo continuativo, con un supporto psicologico stabile e un accompagnamento nelle decisioni. Nei casi più complessi, soprattutto quando coesistono malformazioni o anomalie genetiche, possono emergere quesiti etici e scelte difficili: la comunicazione deve essere empatica, efficace e rispettosa.
Mettere la famiglia al centro non significa solo “spiegare”, ma costruire un’alleanza di cura. In percorsi lunghi e impegnativi, questo elemento incide sulla continuità assistenziale e sulla qualità della presa in carico.
Un modello di cura che aumenta le opportunità
Cardiopatie congenite e prematurità rappresentano una combinazione ad altissimo rischio, ma non inevitabilmente senza prospettive. La chiave è l’organizzazione: diagnosi prenatale, parto pianificato, équipe integrata, decisioni individualizzate e follow-up multidisciplinare. Quando questi elementi si sommano, la cura diventa davvero “su misura” e può trasformare la fragilità in possibilità concrete per ogni neonato.



















