Depressione e obesita Cristina Selvi

Il problema dell'obesità è due volte più frequente nei pazienti psichiatrici rispetto alla popolazione generale. Non a causa delle terapie, pregiudizio tuttora presente che deve essere superato, ma perché la maggior parte dei disturbi mentali si manifestano con alterazioni neurovegetative a carico dell'appetito, nel senso della riduzione ma anche dell'aumento. Oltre la metà dei casi sono preceduti da manifestazioni subcliniche, come l'uso del cibo come "automedicazione" per affrontare il disagio psichico, che finisce con l'aumentarlo, suscitando sentimenti di colpa intensi, porta di accesso per la depressione.

Obesità: ecco perchè è due volte più frequente nei pazienti psichiatrici

Meccanismo di mantenimento e dipendenza dal cibo: l'obesità è una piaga per chi soffre di problemi psichici

Il meccanismo di mantenimento di tale comportamento prevede, come nelle dipendenze da sostanze, che il cibo possa esercitare un effetto di attivazione sui circuiti della ricompensa. A puntare i riflettori su questo circolo vizioso sono gli specialisti della Società Italiana di Psichiatria (SIP), in occasione della Giornata Mondiale dell'obesità, che si celebra ogni anno il 4 marzo.

La visione della presidente della SIP

"Il legame tra obesità e disturbi psichiatrici è un tema di crescente rilevanza scientifica", spiega Liliana Dell'Osso, presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP). "Tale associazione viene spesso attribuita alla terapia psicofarmacologica, ancora oggetto di pregiudizi che dovrebbero essere definitivamente accantonati. Se, infatti, alcuni psicofarmaci possono favorire l'aumento di appetito, le moderne terapie psicofarmacologiche mirano a limitare questo effetto, che viene ulteriormente contenuto da alimentazione e stile di vita corretti. È da sottolineare invece come molti disturbi mentali si associno ad alterazioni dell'appetito, nel senso della riduzione ma anche dell'aumento", talora precedute da manifestazioni subcliniche precoci, come comportamenti di emotional eating, ovvero modalità di uso del cibo come mezzo per affrontare emozioni negative.

Emotional eating e sovrappeso

Altre volte, anche emozioni positive, come gioia o eccitazione, sono legate al consumo eccessivo di cibo. "La prevalenza (USA) si attesta intorno al 38% degli adulti, con il 49% che vi ricorre settimanalmente," evidenzia Dell'Osso. "I cibi più spesso implicati sono quelli ad alto contenuto energetico, poveri di nutrienti e gustosi, che forniscono maggiore gratificazione. Il meccanismo di mantenimento di tale comportamento di 'automedicazione' prevede, infatti, che, come nelle dipendenze da sostanze, il cibo possa esercitare un effetto di attivazione sui circuiti della ricompensa, in tal modo alleviando l'umore negativo. Si tratta di una modalità maladattativa messa in atto di fronte a forti stimoli emotivi, allo scopo di minimizzare, regolare e prevenire il disagio emotivo, mentre finisce con l'aumentarlo, suscitando sentimenti di colpa intensi."

Disturbi mentali e alcolismo

Questo comportamento può essere riscontrato in presenza di diversi tipi di disturbi psichiatrici, quali disturbi d'ansia, dell'umore, nonché disturbi alimentari veri e propri, dei quali può essere un precursore. È stata anche descritta un'associazione con consumo eccessivo di alcol. "In alcuni casi, può associarsi a tratti autistici, in particolare deficit empatici, quali difficoltà nel saper correttamente decifrare le proprie emozioni, oltre che gestirle, identificando nel cibo una possibile soluzione per contrastare stati d'animo negativi," sottolinea la presidente SIP.

Obesità e rischio di sovrappeso nei bambini

Il risultato è un aumento del rischio di sviluppare sovrappeso e obesità, che merita di essere valutata con la dovuta attenzione, possibilmente sin dall'età evolutiva. Recenti ricerche riportano che oltre il 60% dei bambini tra i 5 e i 13 anni riferisce di mangiare in risposta a stati d'animo. "Questo fenomeno, se non riconosciuto e gestito precocemente, può portare a conseguenze a lungo termine," continua la prof. Dell'Osso. "L'aumento di peso, le difficoltà nella perdita di peso e il rischio di sviluppare malattie metaboliche sono problemi sempre più diffusi."

Prevenzione e consapevolezza

Ad oggi le malattie metaboliche sono tra i primi killer non solo dei pazienti psichiatrici ma anche della popolazione in generale. Una maggiore consapevolezza sulle modalità adattive o disadattative di consumo del cibo è fondamentale, in particolare per un precoce riconoscimento dei soggetti con condizioni di vulnerabilità alla psicopatologia.

Esami diagnostici e l'importanza della bioimpedenziometria

Gli esami diagnostici rivestono un ruolo fondamentale nella valutazione dello stato di salute, soprattutto quando si tratta di patologie complesse come l'obesità e i disturbi psichiatrici. Oltre ai test tradizionali, un importante strumento di valutazione corporea è la bioimpedenziometria, una tecnica che misura la composizione corporea, in particolare la quantità di massa magra, massa grassa e acqua corporea.

La bioimpedenziometria si basa sul principio che i tessuti del corpo conducono l'elettricità in modo diverso: la massa muscolare e l'acqua conducono bene l'elettricità, mentre il grasso non la conduce altrettanto efficacemente. Questo esame, non invasivo e rapido, invia una corrente elettrica a bassa intensità attraverso il corpo, misurando la resistenza offerta dai vari tessuti. Da questi dati si ricava un profilo preciso della composizione corporea, utile per monitorare lo stato nutrizionale e l'efficacia dei trattamenti, specialmente nei pazienti che affrontano condizioni come obesità, malnutrizione o disturbi metabolici.

In sintesi, la bioimpedenziometria rappresenta un metodo prezioso per il monitoraggio continuo della salute fisica, in particolare per comprendere meglio le cause e le implicazioni dei cambiamenti nella composizione corporea, con benefici tangibili per una gestione clinica ottimale e personalizzata.

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