Dal Businco di Cagliari al San Paolo di Milano, passando per le Molinette di Torino e il San Camillo di Trento: i casi registrati nelle ultime settimane riportano al centro il problema dell’emergenza caldo negli ospedali italiani e il rischio per i professionisti sanitari
«La letteratura scientifica internazionale, a partire dalla scoping review pubblicata nel gennaio 2025 su Public Health Nursing e dagli studi pubblicati sul Journal of Hospital Infection e su Annals of Work Exposures and Health, dimostrano che il caldo può ridurre attenzione, capacità fisica e concentrazione dei professionisti sanitari. Quando a essere esposto è chi somministra farmaci, assiste pazienti critici e prende decisioni cliniche, il problema non riguarda soltanto il lavoratore, ma l'intera organizzazione sanitaria.»
Il caldo estremo rappresenta una delle principali emergenze sanitarie degli ultimi anni. Ma accanto ai rischi per la popolazione più fragile esiste un problema ancora poco affrontato: quello dei professionisti sanitari che, proprio durante le ondate di calore, sono chiamati a garantire assistenza continua in condizioni fisiche e organizzative sempre più gravose.
I DATI ITALIANI E LE CRITICITÀ NEGLI OSPEDALI
Le analisi del progetto Worklimate di INAIL e CNR (anno 2025) associano alle temperature elevate circa 4.000 infortuni lavorativi ogni anno, pari a oltre l'1% del totale. Inoltre, uno studio epidemiologico nazionale basato su oltre 2,2 milioni di infortuni sul lavoro ha riscontrato un'associazione significativa tra temperature estreme e rischio di incidente, con migliaia di eventi annuali attribuibili al caldo e al freddo, soprattutto durante attività fisicamente impegnative, turni prolungati e lavori svolti senza condizioni microclimatiche adeguate.
L’ALLARMANTE CRONACA DEGLI ULTIMI GIORNI
Le criticità registrate nelle ultime settimane dimostrano che il problema interessa anche gli ospedali. Il 25 giugno 2026, al Businco di Cagliari, il guasto dell'impianto di climatizzazione ha interessato tutti i piani e, dopo le proteste di pazienti e operatori sanitari, ha reso necessario l'intervento dei Nas e dello Spresal. Il 30 giugno 2026, al San Paolo di Milano, nei reparti sono state registrate temperature vicine ai 31 °C, con infiltrazioni, allagamenti, carichi assistenziali elevati e riposi saltati. Il 24 giugno 2026, alle Molinette e al Maria Vittoria di Torino, il raffrescamento risultava ancora non uniforme, con aree prive di climatizzazione fissa. Il 4 giugno 2026, al San Camillo di Trento, sono state nuovamente segnalate criticità dell'impianto di climatizzazione, un problema che si ripresenta da almeno tre anni e che ha spinto alcuni operatori ad acquistare personalmente ventilatori per recuperare durante i turni. Situazioni diverse, ma accomunate dalla necessità di affrontare il rischio caldo con interventi strutturali.
LA DOPPIA ESPOSIZIONE
Per il Nursing Up il fenomeno non può più essere considerato soltanto una questione di benessere lavorativo. Il professionista sanitario vive una doppia esposizione: può trovarsi a operare per molte ore in ambienti che, durante le ondate di calore o in presenza di criticità degli impianti di climatizzazione, possono raggiungere o superare i 30 °C e, nello stesso momento, affronta un aumento dell'intensità assistenziale, della complessità clinica dei pazienti e del carico fisico richiesto dal turno.
Turni prolungati, movimentazione dei pazienti, utilizzo dei dispositivi di protezione individuale e temperature interne elevate aumentano il rischio di disidratazione, cefalea, vertigini, affaticamento, difficoltà respiratorie e perdita di concentrazione. Quando questi effetti riguardano chi somministra terapie, assiste pazienti critici, utilizza apparecchiature e prende decisioni rapide, il rischio non è soltanto occupazionale: diventa una questione di sicurezza delle cure e di rischio clinico.
LE EVIDENZE SCIENTIFICHE
La scoping review pubblicata nel gennaio 2025 sulla rivista Public Health Nursing da ricercatori della Charles Sturt University (Australia) ha analizzato 15 studi dedicati all'impatto del caldo sui professionisti sanitari. Tredici dei quindici studi esaminati documentano effetti negativi dello stress termico, soprattutto durante l'utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Tra gli studi inclusi figura un'indagine condotta su 428 operatori sanitari, nella quale il 96,5% degli intervistati definisce estenuante lavorare con i DPI durante le giornate calde, il 93% riferisce difficoltà respiratorie e l'86% segnala una riduzione della capacità di concentrazione. Risultati confermati anche da uno studio pubblicato sul Journal of Hospital Infection, condotto su circa 1.100 operatori sanitari britannici, che evidenzia come il calore prodotto dai DPI comprometta sia le prestazioni fisiche sia quelle cognitive, favorendo sudorazione eccessiva, disidratazione, cefalea, stanchezza, vertigini e difficoltà di concentrazione. Nella stessa direzione va uno studio pubblicato nel 2025 su Annals of Work Exposures and Health, realizzato da ricercatori dell'Università Ludwig Maximilian di Monaco, secondo cui l'aumento delle temperature interne e l'utilizzo degli indumenti protettivi incrementano lo stress termico, con possibili ripercussioni sulla salute degli operatori, sulla sicurezza e sulla qualità delle prestazioni lavorative.
LE RICHIESTE DEL NURSING UP
«Quando a essere esposto è chi somministra farmaci, assiste pazienti critici e prende decisioni cliniche, il problema non riguarda soltanto il lavoratore, ma l'intera organizzazione sanitaria», dichiara Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up. «Oggi non esiste una banca dati nazionale pubblica che indichi quanti infermieri, medici e operatori sociosanitari abbiano subito malori o infortuni direttamente attribuibili allo stress termico. Chiediamo quindi al Ministero della Salute, alle Regioni e all'INAIL di attivare un monitoraggio nazionale specifico e di promuovere piani strutturali nelle aziende sanitarie per prevenire il rischio caldo, monitorare le condizioni microclimatiche degli ambienti di lavoro e tutelare contemporaneamente operatori sanitari e pazienti. Lo stress termico non è più soltanto un problema di benessere lavorativo: è una questione di sicurezza delle cure che richiede una strategia nazionale permanente di prevenzione.»













