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Social e salute mentale nei ragazzi sono un binomio sempre più studiato, ma le evidenze scientifiche stanno cambiando il modo di interpretare il rapporto tra adolescenti e piattaforme digitali. Non basta più contare le ore trascorse davanti allo smartphone: a incidere sul benessere psicologico sono soprattutto il modo in cui i social vengono utilizzati, la vulnerabilità individuale, la perdita di controllo, il confronto continuo con gli altri, il cyberbullismo e l'alterazione del sonno. Una particolare attenzione riguarda la fascia tra i 9 e i 13 anni, periodo nel quale spesso comincia l'accesso alle piattaforme mentre sono ancora in piena maturazione le funzioni cerebrali coinvolte nel controllo degli impulsi e nella regolazione delle emozioni.

Non conta soltanto quanto tempo si trascorre online

Per anni il dibattito si è concentrato soprattutto sul cosiddetto “screen time”, considerando il numero di ore trascorse davanti agli schermi come uno degli indicatori principali di rischio. La ricerca più recente descrive però uno scenario molto più complesso. Due ragazzi possono trascorrere online un tempo simile e sperimentare conseguenze profondamente diverse.

Uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Human Behaviour ha analizzato 3.340 adolescenti britannici tra 11 e 19 anni, confrontando giovani con e senza disturbi mentali. Nei ragazzi con condizioni come ansia e depressione emergono un maggiore utilizzo dei social, più frequenti confronti con gli altri e una maggiore importanza attribuita a “like”, commenti e reazioni ricevute. Il feedback digitale può inoltre incidere maggiormente sull'umore. Il punto centrale è quindi la vulnerabilità individuale: l'ambiente social può amplificare fragilità già presenti, senza poter essere considerato automaticamente l'unica causa del disagio psicologico.

Tra 9 e 13 anni emerge una fase particolarmente sensibile

Un'altra ricerca pubblicata nel 2025 su JAMA ha seguito quasi 12 mila bambini e ragazzi tra 9 e 13 anni, concentrandosi sull'evoluzione nel tempo dell'uso dei social e dei sintomi depressivi. L'aumento progressivo dell'utilizzo delle piattaforme precede un incremento dei sintomi depressivi negli anni successivi, mentre risulta meno solida l'ipotesi inversa secondo cui la presenza iniziale di depressione determinerebbe automaticamente un maggiore ricorso ai social.

La preadolescenza rappresenta una fase particolarmente delicata perché coincide con profondi cambiamenti biologici, emotivi e relazionali. Il giudizio dei coetanei acquista un peso crescente proprio mentre le capacità di controllo degli impulsi, regolazione emotiva e valutazione delle conseguenze sono ancora in evoluzione. Like, commenti, esclusioni e confronti sociali possono quindi assumere una forza emotiva particolarmente intensa.

I “digital harms” spiegano meglio dove nasce il rischio

La ricerca utilizza sempre più spesso il concetto di “digital harms”, cioè i meccanismi attraverso i quali determinate esperienze digitali possono diventare dannose. Tra quelli maggiormente studiati figurano cyberbullismo, confronto sociale continuo, perdita di sonno, uso dei social per regolare emozioni negative e difficoltà a interrompere la connessione.

Il problema, dunque, non coincide semplicemente con la presenza di uno smartphone nella vita quotidiana. Diventa più significativo quando il ragazzo perde progressivamente la capacità di decidere quando collegarsi e quando smettere, sacrifica il riposo, misura il proprio valore attraverso l'approvazione online oppure vive ripetutamente situazioni di umiliazione, esclusione o aggressività digitale.

Le revisioni della letteratura scientifica indicano associazioni tra uso problematico dei social e sintomi depressivi, ansia, disturbi del sonno, cyberbullismo, solitudine e riduzione dell'autostima. Si tratta però di un fenomeno multifattoriale nel quale intervengono anche ambiente familiare, scuola, condizioni sociali ed economiche e caratteristiche personali.

Il sonno è uno dei primi campanelli d'allarme

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Tra i meccanismi che meritano maggiore attenzione c'è la compromissione del riposo notturno. Notifiche, conversazioni, video e contenuti potenzialmente infiniti possono spostare sempre più avanti l'orario in cui si va a dormire. In bambini e adolescenti la qualità e la durata del sonno sono strettamente legate al benessere fisico, cognitivo ed emotivo.

Per i genitori può quindi essere più utile osservare i cambiamenti concreti nella quotidianità piuttosto che limitarsi a cronometrare il tempo davanti allo schermo. Difficoltà ad addormentarsi, stanchezza durante il giorno, irritabilità, progressivo isolamento, peggioramento del rendimento scolastico o incapacità di interrompere l'utilizzo delle piattaforme meritano attenzione, soprattutto quando persistono o compaiono contemporaneamente.

Prevenzione digitale senza trasformare lo smartphone nel nemico

La prevenzione non coincide necessariamente con un divieto assoluto. Le indicazioni che emergono dalla ricerca puntano piuttosto sull'educazione a un utilizzo consapevole, sulla protezione del sonno, sulla prevenzione del cyberbullismo e sul riconoscimento precoce dei comportamenti compulsivi.

È importante anche costruire un dialogo nel quale bambini e ragazzi possano raccontare ciò che accade online senza temere automaticamente punizioni o la sottrazione del telefono. Conoscere le piattaforme utilizzate, parlare di contenuti, privacy, immagini, commenti e dinamiche tra coetanei permette agli adulti di comprendere meglio l'esperienza digitale reale dei figli. L'obiettivo non è demonizzare la tecnologia, ma impedire che l'ambiente digitale sottragga progressivamente spazio al sonno, alle relazioni, allo studio, all'attività fisica e alla vita quotidiana.

Quando può essere utile una visita specialistica

Un periodo di maggiore utilizzo dello smartphone non rappresenta da solo un disturbo psicologico. Una valutazione professionale può però diventare opportuna quando compaiono tristezza persistente, ansia marcata, isolamento sociale, importanti alterazioni del sonno, perdita di interesse nelle attività abituali, forte calo dell'autostima, difficoltà scolastiche improvvise o comportamenti digitali che il ragazzo non riesce più a controllare.

Il primo confronto può avvenire con il pediatra o il medico di riferimento, che potrà valutare l'eventuale necessità di un approfondimento psicologico o neuropsichiatrico. Particolare attenzione richiedono inoltre episodi di cyberbullismo o cambiamenti improvvisi del comportamento. Intercettare precocemente un disagio consente di intervenire prima che il rapporto problematico con il digitale si intrecci sempre più profondamente con la sofferenza emotiva.

Proteggere i ragazzi significa capire come vivono il digitale

La domanda decisiva non è più soltanto “quanto tempo passa sui social?”, ma “che cosa gli succede mentre è sui social e dopo averli utilizzati?”. È questo il cambiamento culturale suggerito dalle evidenze più recenti. Il numero delle ore rimane un elemento da osservare, ma da solo racconta poco della qualità dell'esperienza.

Tra i 9 e i 13 anni questa attenzione diventa ancora più importante. Il digitale è ormai parte della crescita e non può essere separato artificialmente dalla vita reale dei ragazzi. Famiglia, scuola e adulti di riferimento hanno quindi il compito di accompagnarli nell'acquisizione di autonomia anche online, riconoscendo per tempo quei segnali che indicano quando uno strumento di relazione e divertimento sta cominciando, invece, a diventare fonte di sofferenza.

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