dati tumore italia 2025

Focus tumori: il quadro che emerge non è confortante. La ricerca oncologica europea perde terreno nel confronto internazionale e vede ridursi in modo netto il peso degli studi clinici avviati contro il cancro. I dati diffusi da Aiom segnalano un arretramento che in dieci anni assume dimensioni rilevanti: nel 2013 l’Europa rappresentava il 18% delle sperimentazioni oncologiche mondiali, mentre nel 2023 la quota è scesa al 9%. Un calo del 50% che non riguarda solo il Vecchio Continente, perché anche gli Stati Uniti mostrano una flessione, passando dal 26% al 17%, ma che evidenzia soprattutto il nuovo protagonismo della Cina, salita nello stesso arco temporale dall’8% al 29%.

Una geografia della ricerca che cambia

Il quadro descritto da Aiom racconta una trasformazione profonda degli equilibri globali nella ricerca sul cancro. In pochi anni la distribuzione dei trial si è spostata verso l’Asia, con la Cina che cresce sia per numero di sperimentazioni sia per capacità di arruolare pazienti. L’Europa, invece, arretra in un settore decisivo non solo per lo sviluppo di nuove cure, ma anche per la competitività scientifica, industriale e sanitaria dei singoli Paesi.

A preoccupare non è soltanto la perdita di centralità sul piano numerico. La riduzione dei trial significa infatti minori opportunità per i malati di accedere precocemente a trattamenti innovativi, meno occasioni per i centri di ricerca di partecipare ai programmi internazionali e una minore attrattività complessiva per gli investimenti. In altre parole, il rallentamento degli studi clinici rischia di produrre effetti diretti sia sull’innovazione terapeutica sia sulla capacità dei sistemi sanitari di restare allineati ai progressi dell’oncologia.

I motivi del rallentamento europeo

Secondo Aiom, le cause di questa frenata sono diverse e si intrecciano tra loro. Un nodo centrale riguarda i tempi di approvazione e di avvio delle sperimentazioni, giudicati ancora troppo lunghi. La conseguenza è che molti Paesi europei risultano meno competitivi agli occhi delle aziende che investono nella ricerca farmaceutica e biomedica.

A questo si aggiungono il calo degli studi di fase I, che rappresentano un passaggio cruciale nello sviluppo dei nuovi farmaci, e la carenza di risorse umane dedicate. Non si tratta solo di finanziamenti, ma anche di organizzazione. La ricerca clinica, per funzionare in modo efficiente, richiede figure professionali stabili, competenze specifiche, percorsi chiari e strutture capaci di accompagnare ogni fase dello studio, dalla progettazione all’arruolamento, fino alla raccolta e all’analisi dei dati.

Il dato sugli arruolamenti rende ancora più evidente questa difficoltà. In Europa i pazienti inseriti nei trial oncologici sono diminuiti di circa 60mila in cinque anni, passando da 286.159 nel 2018 a 226.155 nel 2023. È una riduzione che pesa, perché senza arruolamento adeguato gli studi rallentano, perdono forza scientifica e diventano più difficili da completare nei tempi utili.

La qualità di vita resta troppo poco considerata

Accanto al calo numerico delle sperimentazioni, Aiom richiama l’attenzione su un altro limite importante: la qualità di vita dei pazienti viene ancora inclusa troppo raramente tra gli esiti principali della ricerca. Meno del 40% degli studi clinici oncologici che hanno portato, tra il 2012 e il 2021, all’approvazione di nuove terapie ha riportato un miglioramento su questo versante.

Il tema è centrale soprattutto nelle malattie avanzate, dove il valore della cura non può essere misurato soltanto in termini di risposta del tumore o di prolungamento della sopravvivenza. Contano anche il controllo dei sintomi, la tollerabilità dei trattamenti, il mantenimento dell’autonomia e l’impatto concreto della terapia sulla vita quotidiana. Per questo la comunità scientifica insiste sulla necessità di rafforzare l’uso dei Patient-Reported Outcomes, cioè degli strumenti con cui i pazienti stessi riferiscono sintomi, effetti collaterali e benefici percepiti.

L’indicazione che arriva dagli esperti riuniti nel corso di ricerca clinica promosso da Aiom con Asco è chiara: la qualità di vita deve diventare un endpoint primario o secondario più frequente, non un elemento accessorio. La sua misurazione deve essere prevista in modo rigoroso, con questionari compilati dai pazienti prima dell’inizio delle cure, durante il trattamento e anche dopo la sua conclusione.

Le indicazioni della comunità scientifica

La richiesta di una ricerca più vicina ai bisogni reali delle persone si collega anche alle raccomandazioni pubblicate su Lancet Oncology nell’ambito dell’iniziativa Common Sense Oncology insieme a Eortc. Tra i principi indicati figura anzitutto il coinvolgimento dei pazienti nella definizione dei protocolli di studio, un passaggio che punta a rendere la sperimentazione più aderente all’esperienza concreta di malattia.

Un altro aspetto riguarda la scelta dei sintomi da monitorare in relazione ai diversi tumori. Nel carcinoma polmonare, per esempio, un indicatore essenziale può essere la dispnea; nei tumori gastrointestinali o ginecologici il dolore addominale; nel tumore della prostata il dolore osseo. Misurare questi aspetti in modo sistematico consente di comprendere meglio quanto un trattamento sia davvero utile dal punto di vista clinico e umano.

La stessa impostazione richiama anche un uso più prudente degli endpoint tradizionali. La sopravvivenza globale resta uno degli indicatori più rilevanti, ma in molti studi con malattia avanzata continua a essere scelto con grande frequenza un parametro come la sopravvivenza libera da progressione, che non sempre è sufficiente, da solo, a definire il reale beneficio della terapia. In questi casi, i dati sulla qualità di vita diventano essenziali per interpretare correttamente il valore del farmaco sperimentale.

Visite specialistiche mirate e prevenzione

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Il rallentamento dei trial clinici non riguarda soltanto il mondo della ricerca, ma richiama l’attenzione anche sul rapporto tra diagnosi precoce, presa in carico specialistica e accesso alle cure innovative. In oncologia, la tempestività resta un fattore decisivo. Visite specialistiche mirate alla diagnosi oncologica, programmi di screening e controlli calibrati sui fattori di rischio, permettono di individuare molte neoplasie in fasi iniziali, quando le possibilità terapeutiche sono maggiori.

La prevenzione primaria continua a poggiare su stili di vita sani, lotta al tabagismo, controllo del peso, alimentazione equilibrata e attività fisica regolare. La prevenzione secondaria, invece, passa attraverso gli screening raccomandati e la valutazione precoce di sintomi persistenti o segnali da non sottovalutare. In questo percorso, una ricerca clinica forte può fare la differenza, perché accelera la disponibilità di nuove strategie diagnostiche e terapeutiche, contribuendo a migliorare non solo la sopravvivenza ma anche la qualità dell’assistenza.

La sfida per l’Europa e per l’Italia

Nel 2025 in Italia sono state stimate circa 390mila nuove diagnosi di tumore, mentre negli Stati Uniti nel 2026 sono attesi oltre 2,1 milioni di nuovi casi. Numeri di questa portata mostrano quanto la ricerca oncologica sia una priorità di salute pubblica. Per Aiom, il rilancio passa da una semplificazione dei percorsi autorizzativi, da maggiori investimenti nelle competenze e dalla stabilizzazione delle professionalità che sostengono gli studi clinici.

La partita, dunque, non riguarda soltanto i laboratori o i gruppi di ricerca, ma l’intero sistema Paese. Recuperare terreno sui trial significa rafforzare l’innovazione, aumentare l’accesso dei pazienti alle terapie più avanzate e rendere più solida la risposta sanitaria davanti a una delle principali cause di malattia e mortalità. Senza questo cambio di passo, il rischio è che l’Europa continui a perdere spazio proprio nel momento in cui la sfida oncologica richiede più velocità, più qualità e una visione strategica più forte.

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